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Residui di farmaci nell’acqua potabile
Residui di farmaci nell’acqua potabile

Residui di farmaci nell’acqua potabile: come leggere davvero i dati

Un farmaco agisce dove serve. Il suo percorso, però, non termina necessariamente con la terapia: principi attivi e prodotti di degradazione vengono eliminati dall’organismo, raggiungono le acque reflue e in parte possono superare l’impianto di trattamento. In determinate condizioni, attraverso ruscelli e fiumi arrivano fino alle falde.

L’Ufficio federale dell’ambiente svizzero (UFAM) rileva farmaci e metaboliti in circa il 15 % dei punti di monitoraggio delle acque sotterranee. Le concentrazioni sono nella maggior parte dei casi inferiori a 0,1 microgrammi per litro. Sono dati da prendere sul serio, ma non significano automaticamente che l’acqua che bevi sia dannosa per la salute.

La distinzione decisiva è questa: una sostanza può essere rilevabile senza rappresentare già un rischio sanitario rilevante. Per valutarlo contano l’azione biologica, la concentrazione, la durata dell’esposizione, le eventuali miscele di sostanze, oltre all’origine dell’acqua e ai trattamenti a cui viene sottoposta. Per proteggere l’acqua potabile servono quindi dati misurati, prevenzione e depurazione efficace: né allarmismo né rassicurazioni indiscriminate.

Il valore misurato va interpretato

Con l’espressione residui di farmaci si indicano i principi attivi, i loro metaboliti e altri prodotti di trasformazione. Rientrano in questa categoria, per esempio, antidolorifici, antibiotici, farmaci per la pressione, antiepilettici, sostanze ad azione ormonale, mezzi di contrasto radiologici e principi attivi impiegati nelle terapie oncologiche.

Le tecniche analitiche moderne riescono a individuare queste sostanze già a concentrazioni dell’ordine dei nanogrammi o dei microgrammi per litro. È un progresso fondamentale per il monitoraggio, ma non cambia il significato di un risultato: «rilevabile» indica anzitutto che una sostanza è presente. Il rischio dipende dalla sua attività biologica e dall’esposizione effettiva.

Dal corpo umano alla falda

Il percorso più comune comincia dall’uso corretto del medicinale. Principi attivi e prodotti del metabolismo lasciano l’organismo con urine e feci e vengono trasportati con le acque reflue agli impianti di depurazione. I trattamenti convenzionali eliminano in modo affidabile molte contaminazioni, ma non sono progettati per trattenere completamente ogni microinquinante.

Una parte delle sostanze raggiunge così i corpi idrici superficiali insieme all’acqua depurata. Nelle falde alimentate da corsi d’acqua, quest’acqua può poi infiltrarsi nel sottosuolo. È soprattutto in queste falde, formate da depositi sciolti e influenzate da fiumi o torrenti contaminati da scarichi, che l’UFAM rileva più spesso residui di farmaci.

Il gesto più semplice parte da casa

Compresse scadute e farmaci liquidi non vanno mai gettati nel WC o nello scarico del lavandino: i residui concentrati finirebbero direttamente nelle acque reflue. Porta invece i medicinali non più necessari a un punto di raccolta autorizzato. A seconda del Cantone e del Comune, possono occuparsene farmacie, parafarmacie o centri comunali di raccolta.

Altri apporti, spesso più concentrati

Ospedali e altre strutture sanitarie possono immettere localmente quantità rilevanti di principi attivi. Presso gli stabilimenti di produzione farmaceutica si possono raggiungere concentrazioni molto più elevate a livello locale. Anche la medicina veterinaria contribuisce al problema: attraverso deiezioni, liquami e dilavamento, le sostanze possono passare nel suolo, nelle acque superficiali e nelle falde. Oltre alle acque reflue urbane, l’OCSE indica in particolare gli impianti di produzione farmaceutica, l’agricoltura intensiva e l’acquacoltura tra le possibili fonti di contaminazione.

La mappa svizzera non è uniforme

I dati UFAM del 2024 non descrivono una contaminazione distribuita allo stesso modo in tutta la Svizzera. I ritrovamenti si concentrano soprattutto nei punti di monitoraggio vicini ai corsi d’acqua. Tra le sostanze rilevate più frequentemente figurano l’antiepilettico lamotrigina, l’antibiotico sulfametossazolo e il mezzo di contrasto radiologico amidotrizoico.

Una falda, tuttavia, non coincide con l’acqua potabile che arriva al rubinetto. Tra la risorsa sotterranea e il tuo bicchiere possono intervenire un’opera di captazione, la miscelazione di diverse fonti e ulteriori trattamenti. Un valore misurato nella falda, quindi, non descrive automaticamente la qualità dell’acqua che bevi a casa.

Rischio sanitario: la risposta dipende dal contesto

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), le concentrazioni finora segnalate nell’acqua potabile rappresentano molto probabilmente un rischio non significativo per la salute della popolazione generale. Non è però una rassicurazione indiscriminata valida per ogni sostanza e ogni situazione. Restano da chiarire soprattutto gli effetti dell’assunzione prolungata di concentrazioni minime, il ruolo dei prodotti di degradazione e quello delle miscele di sostanze.

Una valutazione seria deve considerare insieme diversi elementi: l’effetto biologico del composto, la concentrazione, la durata dell’esposizione, i prodotti che si formano durante la trasformazione, la presenza contemporanea di più principi attivi e l’eventuale vulnerabilità di determinati gruppi di popolazione.

Rilevabile non significa automaticamente pericoloso. Ma una concentrazione bassa, da sola, non giustifica neppure una rassicurazione assoluta se il principio attivo è particolarmente potente o se i suoi effetti a lungo termine sono ancora poco conosciuti.

Per gli ecosistemi anche tracce minime possono contare

La salute umana non è l’unico criterio. I farmaci vengono progettati per modificare processi biologici in modo mirato. Se arrivano continuamente negli ambienti acquatici, possono quindi alterare organismi sensibili anche a concentrazioni molto basse. Le sostanze ad azione ormonale, per esempio, possono interferire con la riproduzione; alcuni composti psicotropi possono modificare il comportamento degli organismi acquatici.

La presenza di antibiotici aggiunge un’ulteriore criticità: nell’ambiente è associata allo sviluppo e alla diffusione della resistenza agli antimicrobici. Proteggere i corsi d’acqua significa perciò preservare gli ecosistemi e difendere una delle basi dell’assistenza sanitaria futura.

Citotossici: quando la prudenza è indispensabile

Meritano un’attenzione particolare i citostatici, utilizzati soprattutto nelle terapie contro il cancro. La loro azione consiste in parte nel bloccare la divisione cellulare o nell’interferire con i processi che riguardano il materiale genetico. Ciò che in medicina avviene in modo mirato e controllato può produrre effetti biologici indesiderati al di fuori del trattamento.

L’OCSE osserva che, per alcune sostanze citotossiche con azione diretta sul DNA, potrebbe non essere possibile assumere l’esistenza di una soglia inferiore d’effetto chiaramente sicura. Mancano inoltre dati solidi sull’assunzione a lungo termine di quantità minime e sugli effetti delle miscele di sostanze.

Questo non significa che ogni traccia di un citostatico nell’acqua costituisca automaticamente un pericolo acuto. Significa che, per questi composti, servono sistemi di smaltimento, misure preventive e controlli particolarmente rigorosi.

La depurazione si rafforza, ma non basta da sola

In Svizzera la strategia contro i microinquinanti non comincia dal rubinetto. Alcuni impianti di trattamento delle acque reflue vengono dotati di un ulteriore stadio di depurazione, capace di rimuovere in modo più mirato principi attivi, sostanze chimiche e detergenti. Tra le tecnologie impiegate ci sono l’ozono e il carbone attivo.

Nel 2024 circa il 15 % della popolazione svizzera era collegato a un impianto dotato di questo trattamento. Se il programma procederà secondo i piani, la quota dovrebbe raggiungere circa il 70 % entro il 2040. L’UFAM sottolinea però che anche allora non tutti i corpi idrici saranno completamente liberati dalla presenza di farmaci. L’intervento tecnico resta essenziale, ma da solo non risolve l’intero problema.

Che cosa puoi fare davvero

La misura domestica più efficace è semplice: non gettare mai i farmaci nel WC o nello scarico. Portali a un punto di raccolta e segui le indicazioni del tuo Comune o del tuo Cantone.

Conta anche usare i medicinali secondo prescrizione e indicazioni. Meno principi attivi inutili finiscono nello scarico, meno sostanze sarà necessario rimuovere in seguito con processi tecnici complessi. Prevenire alla fonte è quasi sempre più semplice ed efficace che intervenire dopo.

Filtri domestici: cosa verificare prima di fidarsi

La capacità di un filtro di ridurre i residui farmaceutici dipende dal principio attivo, dalla concentrazione, dal materiale filtrante, dal tempo di contatto e dall’intero processo. Carbone attivo e tecniche ossidative possono dare risultati molto diversi a seconda della sostanza trattata.

La semplice promessa «rimuove i farmaci» non è quindi una prova di qualità. Sono più significativi l’elenco dei principi attivi testati, prove di laboratorio indipendenti, misurazioni verificabili prima e dopo il trattamento e condizioni operative definite con chiarezza. A contare non è ciò che promette la confezione, ma la riduzione misurata in condizioni realistiche.

Le domande ancora aperte

Quanto più diventa sensibile l’analisi, tante più sostanze e prodotti di trasformazione possono essere individuati. La ricerca deve quindi capire che cosa comporti un’esposizione di decenni a concentrazioni minime, quale ruolo abbiano le miscele e se alcuni prodotti di degradazione possano essere più problematici del principio attivo originario.

OMS e OCSE segnalano ancora lacune conoscitive sugli effetti a lungo termine e sulle interazioni tra sostanze. La strategia più ragionevole unisce due direzioni: impedire, per quanto possibile, che i composti problematici entrino nell’ambiente e monitorare e ridurre con precisione le contaminazioni inevitabili.

La conclusione è una questione di equilibrio

I residui di farmaci nell’acqua sono un problema reale per l’ambiente e per il monitoraggio delle risorse idriche. Le misurazioni svizzere mostrano la presenza di queste sostanze in determinate falde, soprattutto in prossimità dei corsi d’acqua. Da questo, però, non si può dedurre automaticamente che l’acqua potabile del tuo rubinetto sia dannosa per la salute.

La risposta corretta non è né l’allarme permanente né l’indifferenza: i medicinali vanno consegnati ai punti di raccolta, non versati nello scarico. Depurazione avanzata, tutela coerente delle acque, dati trasparenti e ricerca devono procedere insieme.

La protezione dell’acqua potabile, in altre parole, non comincia dal rubinetto. Comincia nel punto in cui puoi evitare che principi attivi non necessari entrino nel ciclo dell’acqua.

Fonti e approfondimenti